La prostituzione si nasconde ma lo sfruttamento rimane
Di notte, durante le uscite della nostra unità di strada, incontriamo meno persone a bordo delle strade rispetto al passato. Spesso sono le stesse, volti già conosciuti, storie che si intrecciano nel tempo.
Non è il segno di un calo del fenomeno. Al contrario, nel 2025 si è registrato un aumento nel settore della prostituzione. È cambiato lo scenario. La strada non è più il luogo principale: oggi la prostituzione si è spostata dentro case private, hotel, locali del divertimento e soprattutto online, tra siti di incontri, annunci e chat.
Quando cambiano gli spazi, cambiano anche le modalità di sfruttamento. E devono cambiare anche le nostre strategie d’intervento.
Le persone che intercettiamo sono spesso giovani donne o persone trans, provenienti da Paesi come Nigeria, Costa d’Avorio, Brasile, Europa dell’Est. Molte sono vittime di tratta, partite con la promessa di un lavoro, si ritrovano costrette a prostituirsi, sotto pressione, tra minacce, violenze e ricatti.
La prostituzione online rende più difficile intercettare le vittime di sfruttamento
Intercettare queste vittime di sfruttamento sessuale è un lavoro complesso. Con il progetto “Mettiamo le ali – Dall’emersione all’integrazione” proviamo a costruire una mappatura degli annunci online per capire dove si concentra maggiormente l’attività. Da lì proviamo un primo contatto, inviando un messaggio di informazione e presentazione.
Non sempre sappiamo chi lo leggerà. A volte riceviamo risposte automatiche. Altre volte il messaggio potrebbe arrivare all’intermediario che gestisce gli appuntamenti. Diversamente dall’incontro in strada, qui non c’è uno sguardo, non c’è una risposta immediata, non c’è la possibilità di costruire una relazione sul momento.
È un lavoro frustrante, che espone anche a un altro livello di violenza: immagini esplicite, commenti squalificanti, recensioni con stelline. Le persone vengono descritte e valutate come fossero un locale o un servizio, con giudizi sulle prestazioni e sulla “qualità” ricevuta. La dimensione digitale amplifica la disumanizzazione.
A volte, però, qualcuno ci contatta. Spesso per questioni sanitarie: esami per le malattie sessualmente trasmissibili, interruzioni di gravidanze indesiderate. Da quel primo bisogno concreto proviamo a costruire una relazione di fiducia, un passo alla volta, per aprire una possibilità diversa.
Le storie delle persone che abbiamo incontrato
Joy è una ragazza nigeriana che abbiamo incontrato di notte in strada. È sfuggente: la accompagniamo al Consultorio Familiare a fare visite ginecologiche e controlli periodici, ma non sempre si presenta agli appuntamenti. Cambia casa in continuazione, ci racconta che la sorella è in un altro Paese europeo tramite un programma di protezione. Dice di voler sposarsi per ottenere i documenti e raggiungerla. Poi, all’improvviso, arrivano telefonate che la agitano e si allontana.
Una sera uno dei suoi protettori si è avvicinato per farci andare via. La sua vita si muove su un equilibrio instabile, dove ogni contatto può essere controllato.
Carmen, invece, ci ha cercate tramite il passaparola. È una persona trans arrivata dal Brasile in aereo. All’arrivo ad aspettarla c’era la sua “Caffettina”, la maîtresse. Sapeva che avrebbe dovuto prostituirsi per un periodo, il tempo necessario a saldare il debito contratto per il viaggio. Poi sarebbe stata libera.
Il suo sogno di diventare parrucchiera si è infranto di fronte alla realtà che la aspettava: il debito, stabilito in Real brasiliani, doveva essere restituito in euro, più di sei volte tanto. Dal suo compenso vengono sottratti vitto, alloggio e regali imposti alla Caffettina; l’obiettivo di saldare il suo debito sembra sempre più lontano e irraggiungibile.
Carmen ci racconta la sua paura della sera in strada, la violenza subita da un cliente che non voleva pagarla. Si sente intrappolata. Vorrebbe denunciare, ma ha paura e non sa come fare, non conosce quasi nulla della sua Madame, nemmeno il vero nome.
Mettiamo le ali per far emergere lo sfruttamento
Rendere invisibili le responsabilità e isolare chi subisce è una strategia per permettere alla tratta di continuare ad alimentare la prostituzione e, più in generale, lo sfruttamento lavorativo. Per intercettarla serve presenza, pazienza e continuità. Ogni messaggio inviato, ogni visita medica accompagnata, ogni telefonata ricevuta può diventare un punto di svolta.
È un lavoro fatto di contatti fragili, di relazioni che si costruiscono nel tempo. E di possibilità che, anche quando sembrano lontane, continuano a esistere.
“Mettiamo le ali – Dall’emersione all’integrazione” è un progetto sovraprovinciale finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità per la realizzazione di programmi di emersione, assistenza e integrazione sociale a favore di vittime di tratta e grave sfruttamento che intendano sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti di soggetti dediti al traffico di persone. Capofila del progetto è l’Associazione LULE Onlus, gli enti attuatori sono Fondazione Somaschi Onlus, le associazioni Micaela Onlus e Casa Betel 2000, Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione, le cooperative sociali Casa del Giovane, Porta Aperta, Farsi Prossimo.




