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Brescia Città dei giovani? Vinto il premio nazionale, riflessioni a 360 gradi

Brescia è stata indicata come “Città dei Giovani”: per quella che era considerata la “Città del tondino” è un bel salto!

La città infatti ha appena vinto il premio promosso dal Consiglio Nazionale dei Giovani in collaborazione con il Dipartimento delle Politiche Giovanili e del Servizio Civile Universale e l’Agenzia Nazionale per i Giovani.

I criteri di selezione sono precisi e puntuali: Il Premio promuove l’idea di città inclusive, resilienti e a misura di giovani sul modello degli obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che assicurino comunità nelle quali i giovani possano vivere secondo le proprie aspettative, in un ambiente sano, sicuro, stimolante, con spazi dedicati allo sviluppo delle potenzialità dei giovani.

L’obiettivo fondamentale è favorire il coinvolgimento, la responsabilizzazione e la partecipazione dei giovani anche ai processi decisionali del proprio territorio.

Il premio ricevuto dall’amministrazione comunale offre una bella occasione per riflettere: di quali giovani parliamo? Quale il loro rapporto con la città? La narrazione dei media rappresenta fedelmente la realtà giovanile? Davvero Brescia è amica dei giovani? Quali occasioni e quali spazi offre?

Ne parliamo con Alessandro Augelli che, oltre a rivestire la carica di Presidente della cooperativa, è anche il responsabile delle Politiche Giovanili del Calabrone. La nostra chiacchierata esplora a 360 gradi alcuni temi di fondo, dai modelli sociali alla loro rappresentazione mediatica.


Quali i punti salienti del progetto Città dei Giovani? 

“Questo Premio costituisce una buona notizia per il futuro della città, ed è motivo di orgoglio per noi che abbiamo contribuito alla stesura del progetto”.

Augelli raccoglie immediatamente la sollecitazione.

“I contenuti di questo progetto sono stati premiati grazie a tre idee forti che lo caratterizzano:

portare gli spazi giovanili della città in un luogo di cultura qual è il MO.CA: è piaciuta l’idea che ai giovani si affianchi sempre di più il concetto di promozione culturale; una migrazione di spazio voluta dall’amministrazione comunale e gestita dalla cooperativa;

creare un forum per i giovani, cioè un luogo di discussione per i giovani sui temi che interessano ai giovani;

avviare un osservatorio permanente sui giovani gestito da giovani.

Oltre a questi tre punti è stata apprezzata l’idea di attivare azioni di prossimità, facendo in modo che i servizi escano dai propri uffici e vadano sempre di più verso le persone: nei territori, nelle piazze, nei parchi, nelle strade, on line, comunque promuovendo le attività per i giovani.

Per il Calabrone non sono certo idee nuove, anzi, sono i temi fondanti della nostra attività, da sempre: dar voce alle persone, riconoscere dignità, essere vicini”


Rappresentazione e autorappresentazione dei giovani

“Mi sembra molto interessante l’idea dell’osservatorio gestito direttamente dai giovani: per una volta, quindi, non saranno gli adulti a fornire una rappresentazione dei giovani”. 

La risposta di Augelli parte da lontano ed è molto articolata. 

La questione fondamentale riguarda gli spazi per potersi raccontare. 

Oggi, apparentemente, ci sono molti più strumenti che permettono la disintermediazione e il racconto diretto, in prima persona; tuttavia, questi strumenti sono strutturati in modo tale che non tutti i giovani riescano a utilizzarli per raccontare le parti più intime, più profonde di sé, anche per la mancanza di percorsi di educazione all’uso. 

Il risultato è che ad emergere è  soprattutto la dimensione dell’apparire e, senza volerlo banalizzare,  del rappresentarsi in base a quelle che sono recepite come le istanze di successo di questo momento. 

Quello che avviene poi è che parte del mondo adulto coglie dei pezzi e li riconnette in base alle proprie categorie mentali, costruendo così  una rappresentazione dei giovani comoda o compatibile con una narrazione che non metta in discussione troppo “i grandi”, narrazioni fatte spesso di  aperitivi, risse nelle piazze, l’eccessivo uso di videogiochi, una presunta superficialità.  

Al di là di questo costrutto mediatico, noi osserviamo che i giovani sono i giovani di sempre, anche se davanti a loro si pongono strumenti nuovi, nuove sfide e una società oggettivamente più complessa, oltre che naturalmente una pandemia da affrontare; tuttavia, il loro compito resta diventare adulti,  fare i conti con l’adolescenza e uscire dall’infanzia.  

I compiti di sviluppo sono quelli di sempre, non racchiudibili in banalizzazioni. Hanno comunque a che fare con il corpo che evolve, con gli obiettivi sociali percepiti, con il futuro.  Per questo è così importante creare gli spazi in cui questi due universi – quello del mondo adulto, delle istituzioni e dei media e il mondo dei ragazzi – possano trovare occasioni e opportunità di relazione, di negoziazione di scambio e di racconto. 

Purtroppo, negli anni sono venuti meno parecchi spazi in cui questi due universi possono raccontarsi e rappresentarsi: l’intergenerzionalità in questo momento è merce molto rara. 

Eppure, i temi con cui stiamo quotidianamente e concretamente facendo i conti, oggi, anche nella città di Brescia, devono prevedere un’uscita collettiva: non può esserci soluzione individuale a problemi grandi come la pandemia, la questione ambientale, la giustizia sociale, la ridistribuzione dei redditi, il contrasto alle povertà educative

Soprattutto, si è dimostrato che a problemi collettivi non possono corrispondere risposte egoistiche:  lo diceva già don Milani, l’unica soluzione è uscirne insieme.  

Siamo coscienti che, con la fine della polarizzazione tra il mondo capitalista e il mondo marxista, è venuta meno l’idea di una società che si contrappone al consumismo; tuttavia, la pandemia ha mostrato le falle e i limiti di questo tipo di società. 

Una rivisitazione in chiave collettiva di queste tematiche riguarda anche i giovani, ma – ammette Augelli – non so di preciso come avverrà.   

Vedo spazi che si aprono, contenitori che possono favorire questa prospettiva: i forum, gli spazi di discussione, i luoghi del dibattito (anche online) stanno funzionando. Vedo nei movimenti come Friday for future, nell’attivazione giovanile per i diritti LGBT e di genere, nella battaglia sindacale dei riders,  degli scorci diversi.   


Alcuni esempi di attivazione dei giovani a favore della città


Io personalmente, ad esempio, sono stato coinvolto da un gruppo di giovani trentenni che si stanno impegnando nei consigli di quartiere e all’interno della città: avevano voglia di fare politica e abbiamo messo in piedi una sorta di scuola di autoformazione politica, che ha dato vita al progetto “Città aperta”.  

Si tratta di un progetto piccolo, che però mi ha molto interrogato sul fatto che persone giovani abbiano voglia ancora di occuparsi della Polis e di farlo in maniera consapevole. 

Tra l’altro, molti di loro sono laureati, chi in giurisprudenza, in storia, in architettura; visti i loro stipendi e la loro situazione lavorativa, avrebbero   potuto  semplicemente indirizzare tutto il proprio tempo a mettersi al riparo dai problemi economici,   invece hanno deciso di spendersi  in iniziative pubbliche. 

Altro esempio è la call pubblica lanciata da Volontari per Brescia per supportare l’hub vaccinale della città. L’iniziativa ha visto partecipare attivamente alcuni  educatori di Calabrone: in poche ore hanno risposto circa 1000 persone, di cui 600 sono giovani.   

É anche grazie a loro, ai giovani,  se oggi vengono fatte le vaccinazioni, se le persone vanno nelle file in maniera ordinata e l’info point funziona. Questi giovani hanno dato del tempo a disposizione gratuitamente, contribuendo così in modo significativo a affrontare un problema collettivo, fuori dai propri egoismi. 

Questo ci dice che i giovani ci sono, hanno voglia di fare: questa narrazione aiuta a rompere la visione dei giovani come soggetti portatori di bisogni, problemi, situazioni di difficoltà; i giovani sono anche una opportunità, il loro sguardo ci potrebbe permettere di aprire nuove piste e di affrontare il futuro in maniera diversa

Prima della pandemia abbiamo lavorato alacremente affinché questi ragazzi uscissero dalle proprie camerette; poi , arrivata la pandemia, abbiamo dovuto sollecitare tutti a stare in casa perché diventavano pericolosi per gli adulti.  

 

Letica pubblica e il modello dominante

 “Questi esempi di impegno nel sociale sembrano contrastare l’idea che i giovani non abbiano un’etica pubblica, che siano solo degli individualisti: ma quanto gli adulti sono in grado di soddisfare o di accompagnare le loro richieste?” 

Forse è anche vero, risponde Augelli, che parte dei i giovani sono individualisti: ma chiediamoci che tipo di modello e di messaggio sociale abbiamo costruito dalla fine degli anni 70 ad oggi.  

L’imperativo, banalizzando un po’, è stato cavarsela, avere successo (ricordo alcuni slogan pubblicitari come “tutto intorno a te”,  “…il mondo nelle tue mani…”)  e anche le politiche pubbliche hanno agito sugli individui, sulla cosiddetta meritocrazia, su modelli che promuovono il raggiungimento di standard prefissati, mettendo in secondo piano il concetto di gruppo, la differenza tra obiettivi raggiungibili, la possibilità che alcuni soggetti possano essere fuori dallo standard.   

Si è trattato di un’operazione di frammentazione e di individualizzazione sociale messa in atto dal neoliberismo, dalla cultura occidentale, per la quale non possiamo certo colpevolizzare i giovani accusandoli oggi di essere senza morale. 

D’altra parte, anche volendo mettere in discussione questo modello, su quali altri modelli potremmo basarci?  


Ritiro sociale e comportamenti lesivi

“Nella nostra carrellata abbiamo spaziato su tanti temi toccati dai media in questi mesi; uno dei più delicati e difficili è il ritiro sociale”. 

La cosa bizzarra, a questo proposito – osserva Augelli – è che prima della pandemia abbiamo combattuto una grossa battaglia sociale affinché i giovani non si chiudessero nelle proprie camere! 

Il fenomeno esisteva, per motivi (li possono spiegare meglio i miei colleghi che si occupano di questo tema), che hanno a che fare con le aspettative genitoriali, con la necessità di dover raggiungere obiettivi sociali predefiniti dal mondo adulto, con una pressione sociale alta.  É evidente la maggior fatica a raggiungere certi obiettivi sociali da parte delle giovani generazioni, rispetto a quelle precedenti.  

La società è più complessa, l’ascensore sociale è bloccato, i giovani vengono sollecitati a raggiungere obiettivi di successo; a un giovane occidentale bianco cresciuto nella Brescia degli anni 2000 si chiede di essere performante, di fare i soldi e di laurearsi; se a questo aggiungiamo la pressione di genitori di successo, tutto questo diventa opprimente, intollerabile, al punto da far decidere al giovane di non voler giocare “la partita”, fino a chiudersi in casa

Paradossalmente, in quel momento abbiamo dovuto promuovere ritiro sociale! Ovviamente da subito ci siamo posti il problema del rischio di conseguenze importanti, che puntualmente si stanno presentando: tanti  che hanno dovuto fare didattica a distanza per mesi, stanno facendo veramente fatica ad uscire da questa situazione e trovano ostile l’ambiente esterno.  

I servizi che si occupano di questi temi stanno letteralmente esplodendo, sia quelli gestiti da Calabrone sia quelli di altre realtà. 

Tanti disturbi sono molto diffusi, dal ritiro sociale ai comportamenti autolesivi, alle condotte suicidare, ai disturbi dell’alimentazione, ai disturbi d’ansia. Spesso sono autodiretti (significa che i giovani rivolgono questa energia distruttiva verso di sé) e sono trattati come problemi da psicologi, da risolvere con la farmacologia;  ma la cronaca dei giornali è piena anche di condotte eterodirette: giovani che bevono e poi spaccano tutto, giovani che fanno risse, giovani che non rispettano limiti e regole,  che si vogliono muovere nella città senza rispettare le limitazioni imposte dai vari DPCM;  giovani che hanno condotte sessuali che li espongono a rischi – condotte che rivolgono le energie verso l’esterno e che spesso vengono trattate come una questione di ordine pubblico.

Che soluzioni possiamo proporre?

Su questo complicato tema bisogna, forse, porsi qualche domanda in più – lo ribadisco ancora una volta: qual è la cornice che determina questa situazione? e quali sono gli interventi da mettere in atto?  Sicuramente occorre una molteplicità di interventi su fronti diversificati, che dialoghino tra loro. Occorre che psicologi, psichiatri, vigili, carabinieri e poliziotti dialoghino insieme a educatori professionali, insegnanti, genitori. Se questi mondi non si parlano, l’intervento che metteremo in campo sarà velleitario.  

Servono interventi multilaterali, interventi dialoganti da parte del mondo adulto: non solo cura ma anche prevenzione e promozione di altre attività

Per semplificare all’estremo lancio una provocazione: se la città offre soltanto il bar, il supermercato e il pusher che vende le sostanze illecite nella piazza, i giovani  – abituati a una società di consumo  – useranno le offerte che ci sono

Invece dobbiamo costruire città che, oltre a curare e a far rispettare le regole, sappiano creare un’offerta culturale, sportiva, sociale adeguata a far crescere in maniera sana i propri individui – a Brescia, forse, anche grazie al premio “Città dei Giovani” questo sarà possibile. 

Il Calabrone ci sarà. 

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