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Essere intelligenti nella speranza, questa è la nostra utopia. Incontro con Roberto Mancini

Anche l’ultimo degli Incontri di pensiero 2020 organizzati dalla cooperativa Il Calabrone si è svolto, come i precedenti, in modalità online ma questa limitazione imposta dalla normativa di tutela sanitaria non ha impedito, anzi probabilmente ha favorito nel corso del tempo una partecipazione digitale non meno importante di quella fisica.

Il tema dell’incontro – Vivere in una società in crisiè stato affrontato dal sociologo Roberto Mancini, che è stato presentato da Alessandro Augelli e sollecitato dagli interventi di Massimo Ruggeri, del Calabrone.

Le mappe, ha esordito Ruggeri, hanno il compito di farci elevare lo sguardo e trovare i punti di riferimento. Ma nel difficile contesto attuale e nello sparsamente che viviamo quali possono essere questi punti di riferimento? “Proprio nei momenti più tristi e angosciosi – è stata la risposta di Mancini – è importante ritrovarsi per cercare di superare insieme le difficoltà e trovare la strada, per una umanità in cammino. Il virus ha evidenziato le fragilità di una società costruita sul modello del profitto ma che non è riuscita a vincere ingiustizie e marginalità.”

La società è diventata inabitabile, fin dalle fondamenta, a causa dell’incertezza del futuro e del continuo conflitto con il clima e con la natura. “L’errore di fondo, quello che ha consentito di sbagliare le fondamenta è stato quello di costruire la società sul potere: prima quello religioso e sacrale, poi quello politico, quello economico, quello tecnologico, quello burocratico”. Ma questi poteri creano ingiustizie: così il modello del mercato capitalistico confligge con il rispetto della persona mentre la tecnologia che diventa tecnocrazia mette l’uomo all’angolo. Il potere mondiale dei media spesso deforma la percezione della realtà mentre la burocrazia ci toglie risorse, tempo e concentrazione. Inoltre la geopolitica, intesa come massima della lotta dei Paesi per la supremazia, ci toglie il futuro. “I modelli – ha continuato Mancini – sono antichi per quanto riguarda il potere: quello dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del nativo sull’immigrato. Il potere riproduce solo se stesso e non dà risposte alle persone”.

La vita non ci chiede di essere competitivi ma di essere generativi, di creare buone azioni per tutti nell’Interconnessione che ci unisce tutti. “Dobbiamo essere consapevoli che vivere vuol dire convivere e che non esistono ricette sociali ed economiche che ci consentono di salvarci da soli”.

Di fronte all’incertezza del futuro ottimismo e pessimismo possono essere categorie banali, in ogni caso limitative: l’immagine più appropriata può essere l’intelligenza della speranza, che riesce a cogliere un potenziale di bene che consente all’uomo di fare passi avanti. “Per offrire alle nuove generazioni un contributo al cambiamento dobbiamo coltivare e perseguire questa intelligenza della speranza, non orientata alla ricerca del potere ma del percorso comune. Questa è la nostra utopia, cambiare atteggiamento di fronte alla vita. Solo così il futuro si apre”.

L’efficacia delle nostre azioni dipende dal nostro essere, trovando in noi la fonte e la motivazione della nostra attività; non basta perché a questa fonte dobbiamo aderire profondamente con la forza della verità e con la forza dell’amore.

Dobbiamo poi avere una comunità di riferimento, non intesa però come gruppo chiuso o setta, con barriere a chi non è simile e non la pensa allo stesso modo. È la comunità come stile di vita e non solo come volontariato. È la comunità trasformativa che mette insieme le persone per generare il cambiamento.” Mancini nella parte finale del suo intervento ha affrontato il tema del desiderio di futuro, come motore delle nostre attività, della nostra ricerca di priorità : “per accogliere il futuro dobbiamo desiderarlo, riscoprendo il desiderio dell’eterno, proprio nel momento in cui sembra prevalere la precarietà.”

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