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Lavorare in una comunità terapeutica, la storia di Gaia

Gaia Sorsoli

Gaia Sorsoli

Educatrice presso la Comunità del Reinserimento

Ho conosciuto la realtà del Calabrone durante un tirocinio universitario svolto nella comunità terapeutica di Collebeato e questa esperienza mi ha cambiata radicalmente: mi ha messa in discussione al 100%, ha cambiato le mie idee e i miei pregiudizi, ho conosciuto un contesto molto diverso da quello che immaginavo e mi ha stupita.

Dopo la laurea ho lavorato come educatrice in altri contesti, ma quando lo scorso anno mi si è presentata l’opportunità di lavorare qui al Calabrone, presso la comunità di reinserimento di Brescia, non ho avuto dubbi! Non avrei mai fatto una scelta così anni fa, prima di quel tirocinio, ma oggi sono davvero contenta di aver preso questa decisione.

Il lavoro in una comunità è particolare. È un luogo che ti ingloba, ti chiede di esserci sempre. Ed è impegnativo. Bisogna instaurare relazioni profonde e di fiducia con gli utenti, fargli capire che siamo vicini, ma mai giudicanti. Hanno storie intense da raccontare, emozioni forti da confidare, travolgenti. Per questo è anche importante imparare a mettere la giusta distanza tra noi e loro, che consente di tenere un rapporto professionale.

Lavorare in comunità è una bella sfida, perché si lavora sulla quotidianità e sulle relazioni. C’è bisogno di tempo per capire e comprendere le persone e il loro modo di vivere la quotidianità per poterla usare come strumento di cambiamento. Ma quando riesci a entrare nel meccanismo, accadono cose straordinarie!

Chi arriva qui ha già superato un primo periodo di assistenza e inizia la parte più complessa: ricostruirsi una vita all’esterno della comunità. Arrivano carichi di aspettative, di voglia di mettersi in gioco con il mondo esterno, ma poi si scontrano con le fatiche dello stare nella società, con i rischi di entrare di nuovo in contatto con le sostanze, e l’equilibrio tra la dimensione della comunità e l’esterno barcolla.

Noi educatori siamo accanto a loro per supportarli. Progettiamo insieme strategie per renderli autonomi, nel lavoro così come nel tempo libero, e capaci di ricreare relazioni sane, dare valore al proprio tempo. È gratificante vedere come riescono a rigenerarsi, mettendosi in discussione e facendo leva sulle proprie capacità, con la voglia di riscattarsi.

Spesso, però, devo ricordare a me stessa che noi educatori siamo solo una possibilità per loro, degli “strumenti” che propongono, guidano, indirizzano, offrono un’esperienza di relazione diversa di quelle che hanno avuto nella loro vita. La parte più difficile, quella essenziale, la devono fare loro e a modo loro; e gli educatori devono saper accettare che non sempre le cose vanno come le immaginano. Se non tieni presente tutte queste cose rischi di vivere i loro fallimenti come tuoi, di rimanere deluso o frustrato se le loro azioni non corrispondono alle tue aspettative. Ma sono loro i protagonisti della loro vita!

Tutto questo è stato ribaltato a marzo dal Covid. È stato necessario reinventarsi e rivedere ogni piccola cosa, dalle attività in cui sono coinvolti ai momenti conviviali, ma è indispensabile stare al passo con il tempo e adattarsi a ciò che la realtà ci mette davanti ogni giorno. Con o senza epidemie in corso.

Il nostro lavoro passa dalla vicinanza e dallo stare insieme e il fatto che la tutela della nostra salute, al momento, derivi dalla distanza ci chiede di cambiare il nostro solito modo di fare: limitare il contatto, pur rimanendo vicini. Non eravamo abituati a vivere secondo le restrizioni imposte dalla pandemia, tuttavia questa situazione ci ha avvicinati molto a loro, che vivono tra regole e limitazioni, e che per la prima volta non si sono sentiti i soli ad essere semplici spettatori di ciò che accade fuori.

Sto definendo il mio ruolo nella comunità come educatrice e ho la fortuna di lavorare al fianco di persone esperte e appassionate che hanno tanto da insegnarmi.

Nonostante le difficoltà che possono nascere, lavorare in questo contesto è davvero stimolante: mette in gioco te e la tua vita, perché rende necessario continuare a misurarsi nel rapporto con l’altro, nella relazione, continuare a interrogarsi, senza mai cercare facili soluzioni etichettando e semplificando la realtà: ognuno di loro è unico!

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