Cosa rende una casa, una casa? Non i muri, non i metri quadri. La casa, soprattutto per una persona anziana, è molto più di un riparo: uno spazio fisico, sicuramente, ma anche affettivo, relazionale e sociale, il legame visibile con il territorio e la comunità, il principale riferimento della propria storia.
Può essere il centro intorno a cui si è costruita una vita. Per questo lasciarla, quando l’autonomia diminuisce e vivere soli non è più possibile, è uno dei passaggi più delicati dell’esistenza. E per questo la ricerca scientifica, negli ultimi anni, ha cominciato a studiare con attenzione una domanda che sembra semplice e non lo è affatto: cosa serve perché una persona anziana, in una struttura residenziale, possa sentirsi ancora a casa?
Una realtà che riguarda centinaia di migliaia di persone
Partiamo dai numeri, perché aiutano a capire la portata del tema. Secondo l’ISTAT, in Italia sono attivi oltre 12mila presidi residenziali, con un’offerta di circa 408mila posti letto; gli ospiti superano i 360mila, e di questi più di tre quarti sono persone con oltre 65 anni.
L’offerta è peraltro molto disomogenea sul territorio: nel Nord-est si contano 10 posti letto ogni 1.000 residenti, nel Sud appena tre.
Dietro ogni posto letto c’è una persona che ha attraversato quel passaggio: lasciare la propria abitazione per entrare in un luogo nuovo, condiviso, sconosciuto. Come viene vissuto questo passaggio pesa più di quanto si pensi: la ricerca lo considera il cuore della questione.
Dal modello assistenzialistico all’invecchiamento attivo
Queste evidenze stanno cambiando il modo di pensare i servizi. Si sta assistendo all’abbandono del modello puramente assistenzialistico: si punta sempre più sull’invecchiamento attivo, sul mantenimento delle autonomie, delle relazioni sociali e delle capacità creative, con attività personalizzate, adattate alle possibilità e al modo di essere di ciascuno.
In parallelo, si moltiplicano le formule abitative intermedie. Un numero crescente di persone anziane vuole scegliere dove vivere e con chi, anche in presenza di fragilità: chiede sostegno e protezione, ma in un contesto che garantisca insieme inclusione sociale e vita indipendente. Alloggi protetti, comunità residenziali, case famiglia: nomi diversi per un’idea comune, cioè quella di un abitare che supporta senza istituzionalizzare.
La ricerca, tradotta in pratica quotidiana
Sicurezza, privacy, libertà di scelta, relazioni, atmosfera familiare: ciò che la ricerca individua come ingredienti del benessere è ciò che alcune realtà praticano da tempo.
A Brescia, Casa Myosotis, comunità residenziale per persone anziane parzialmente autosufficienti, oggi parte della Cooperativa Sociale Il Calabrone, lavora da anni esattamente su questi elementi: una ventina di posti per mantenere una dimensione familiare, stanze che ognuno arreda con i mobili e gli oggetti portati da casa, ritmi personali rispettati, visite libere, un’assistenza che c’è quando serve e si fa da parte quando non serve.



